Non chiamiamola “emergenza caldo”. Secondo Elena Granata, urbanista e docente di Analisi della città e del territorio al Politecnico di Milano, la scelta lessicale rischia di condurre fuori strada. «Il caldo di questi giorni è la nuova normalità, quindi occorre capire come farci i conti in maniera strutturale», afferma a VITA. Il problema, secondo lei, non è tanto nella conformazione delle nostre città, quanto nella mentalità che si oppone a cambiarle in favore di una maggiore vivibilità. «Le città di pietra e asfalto andavano bene per un clima che era più fresco anche di estate, ma non sono adatte a rendere possibile una vita dignitosa nel contesto della crisi climatica, perché di notte l’asfalto “butta fuori” il calore trattenuto durante il giorno e così non c’è mai un momento di escursione termica».
Eppure, i rimedi ci sono, strategie di adattamento urbano «che potrebbero migliorare la temperatura anche di 4 o 5°C». Depavimentazione (cioè la rimozione dell’asfalto dagli spazi cittadini e la sua sostituzione con aiuole, giardini o prati) di alcune zone strategiche, creazione di isole verdi, piantumazione di alberi e vegetazione, valorizzazione dei corsi e bacini d’acqua urbani. «Molti dicono che la depavimentazione è un’utopia, ma non è vero: lo fanno in Svizzera, in Francia, in tutta Europa. Se andiamo a Parigi ma anche in altre piccole cittadine francesi, vediamo che le piazze ormai sono sempre più costellate di aiuole verdi, drenanti, che permettono alla piazza di “respirare”», puntualizza l’esperta. Togliere l’asfalto e mettere uno sterrato drenante che non crei fango, spiega, non è una scelta ideologica, ma un tentativo di «creare uno spazio pubblico in cui sia presente la natura. E, tra l’altro, esistono diversi fondi europei che potrebbero aiutare le amministrazioni in questo lavoro, ma sono in pochi a usarli».
Un esempio critico è l’urbanistica tattica di Milano. Nel capoluogo lombardo le piazze chiuse al traffico e aperte alla cittadinanza, con panchine, tavoli, spazi per i bambini si moltiplicano, ma sono tutte di cemento. Di verde, spesso, nemmeno l’ombra. «Questi interventi sono positivi perché limitano il traffico, ma manca il vero passaggio radicale, quello che dovrebbe trasformare queste isole pedonali in ambienti che favoriscono un comfort climatico». Secondo Granata, Milano – ma vale per tutte le città – ha bisogno di un piano climatico serio. Per farlo, però, servono due cambiamenti di mentalità. Primo, smettere di pensare il verde come arredo urbano; secondo, «occorre ci sia il coraggio strategico di rinunciare a un po’ di rendita economica in favore di un bene superiore, cioè la vivibilità delle città». Insomma, più alberi, un po’ meno edilizia.
In questo senso, la speranza di Granata è che si inneschi una “corsa al verde”. «Credo molto nel potere dell’emulazione. Nel momento in cui la sindaca di Genova Silvia Salis annuncia la volontà di avviare progetti di depavimentazione, auspico che anche tante altre città possano mettersi in questa scia, penso a città come Brescia o Bologna». Ma non basta: «Il clima e la tutela dell’ambiente devono diventare una priorità nazionale»
A dare una spinta in questa direzione ci ha provato il Pnrr, con l’obiettivo di mettere a dimora alberi e arbusti. Inizialmente, a fronte di un finanziamento europeo di 330 milioni di euro, avrebbero dovuto essere 6,6 milioni da piantare entro il 2024. Un target irrealistico, date le capacità dei vivai italiani, che per questo è stato ridimensionato a 4,5 milioni. In questo conteggio, però, il governo Meloni ha scelto – innescando una diatriba con la Corte dei conti – di includere anche la piantumazione di semi. Una mossa che aiuta a soddisfare gli obiettivi europei, ma che ha due criticità: da un lato, sposta il godimento del beneficio molto in là nel tempo; dall’altro, è vincolato a un importante lavoro di manutenzione che non viene tracciato.
A marzo 2025, il Parlamento ha comunicato che era stato raggiunto l’obiettivo di piantare entro la fine del 2024 4,5 milioni di alberi e arbusti. I semi, però, muoiono molto più facilmente degli alberi e ogni seme andato perso significa un passo indietro rispetto al target. A oggi, su questo fronte non è dato sapere lo stato di avanzamento del progetto. Su Openpolis, i progetti Pnrr (94) legati alla riforestazione e al verde urbano risultano finanziati al 20%. Il dato non deve trarre in inganno: i pagamenti vengono erogati progressivamente e oggi le PA stanno aspettando. Ma, proprio perché la sopravvivenza della pianta va accertata in un periodo che va dai due ai cinque anni, i progetti non possono ancora reputarsi conclusi.
In apertura: turisti soffrono il caldo a Milano (Stefano Porta/LaPresse)
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