Perché vivo in montagna? Sento attorno a me gli amori, gli odi, i sogni della gente di qui

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Perché vivo in montagna? Sento attorno a me gli amori, gli odi, i sogni della gente di qui

Perché vivo in montagna? Sento attorno a me gli amori, gli odi, i sogni della gente di qui

Vivo sulle Alpi, a 1350 metri di quota. Ho 78 anni. La mattina, sceso dal letto, vado alla finestra che incornicia il Monviso. In aprile la neve che indugia sulla montagna disegna valloni, combe, pareti di roccia. Più in basso è già bosco nei toni del verde, tenero o cupo, dipende dalle essenze, conifere o latifoglie. Anni fa scrissi una sorta di confessione per un amico scrittore. Perché vivo in montagna? “È difficile dire. Qui sento… attorno a me, dietro di me, come un coro di voci… un silenzio di voci che bisbigliano. Sono mute, il più delle volte. Sono di coloro che sono stati prima di me: i miei, mio padre, mio nonno, il bisnonno e prima ancora “i loro” della famiglia, e gli amici, e quelli delle altre famiglie. Avverto gli amori, gli odi, le tristezze, i sogni della gente di qui. Le loro storie sono i capitoli della mia storia. Queste voci non mi fanno sentire vecchio, ma antico”.

Sono un regista, realizzo documentari, scrivo sceneggiature per film di finzione, sono stato anche docente di cinema e talvolta sono scrittore. Molti libri, particolarmente in passato. Scrivevo per le grandi riviste e le più note case editrici. Anche all’estero: Francia, Spagna, Germania, Russia… Libri di divulgazione per ragazzi. Raccontavo di animali, di cervi, marmotte, farfalle, di uccelli migranti dal freddo nord al sole africano, fino all’Antartide. Scrivevo di leoni, tigri e balene, di città scomparse, del cielo di notte, di alberi ed esploratori. Con questo mestiere avrei potuto andare lontano, anche per molto tempo, magari in una grande città. Avrei finito con lo starci bene. Ma, alla fine – ne sono certo – mi sarei sentito privo dell’aria di quassù, e patito l’assenza di quel coro di voci silenziose di coloro che sono stati prima di me. Questo, dove vivo, per me è il posto giusto. È qui che voglio restare.

Altrove, non so, forse il mio sguardo sarebbe più superficiale. Forse sarei rimasto senza guida.

Fredo Valla, sceneggiatore, regista, scrittore

Di tanto in tanto esco sulla loggia. Di fronte a me ho le montagne e il cielo azzurro, come stamane. A volte no: il crinale è nascosto dalla nebbia – più spessa, meno spessa – ma sento ugualmente che è bello, che il buon Dio ha ben costruito. Altrove, non so, forse il mio sguardo sarebbe più superficiale. Forse sarei rimasto senza guida. Mi torna in mente una lettera. La ricevette mio padre. Era il 1948 ed ero nato da pochi mesi. Per migliorare la vita, la sua e quella della famiglia, pensò di emigrare in Venezuela. Scrisse a un valligiano emigrato in quel paese dell’America latina, per sapere se c’era la possibilità di una vita, se non agiata, perlomeno “all’onore del mondo”. Mesi dopo ricevette la lettera che trascrivo, perché anche quella ha avuto un ruolo importante nella mia decisione di restare. È commovente, sincera. Valeva la pena scommettere in quel paese lontano o non era meglio cercare un futuro migliore qui, dove mio padre e mia madre avevano radici?

Restare non per chiusura, Dio ce ne scampi. Non perché qui è più bello che altrove. Non per insensibilità e assenza di curiosità per il mondo, non per la gente, per le tradizioni e le lingue di qui. Non per i paesaggi. Ma perché andandosene, mio padre avrebbe sentito le voci lontane. Troppo lontane. Si sarebbe perso i capitoli belli della sua storia.

Ecco la lettera:

Caro sig. Valla

Ho tardato a risponderle per poter avere dati più precisi su quanto lei mi chiede. Sono stato a Caracas e anche là mi hanno confermato quanto la mia esperienza di questa nuova vita mi ha insegnato. Il lavoro per la sua specialità senza essere tra i più ricercati, ce n’è, la paga normale si aggira sui 15 e 20 bolivar giornalieri, al cambio non sarebbe una brutta somma, ma per vivere, vitto e alloggio, si spende come minimo 10 bolivar, vitto appena discreto e alloggio malissimo, e se non si fuma e non beve una birra, può risparmiare qualcosa; e inoltre questo è un posto dove uno maggiormente è propenso a spendere, per un’infinità di fattori morali e fisici. Però c’è chi ha fortuna, trova lavoro a cottimo, e addirittura chi le dà un’officina impiantata al 50%; ho conosciuto due veneti che hanno avuto questa fortuna e uno solo di loro era fabbro, guadagnavano più di 40 bolivar al giorno, senza poi sudare troppo, tanto che ora si sono messi per conto loro in una cittadina dell’interno e pare siano soddisfatti, almeno così mi hanno detto.

Quando si è là, a casa propria, non si crede nella nostalgia, per lo meno non si immagina quanto pesi sull’animo di ognuno e quanto male faccia un’umiliazione e queste non le risparmiano

Mario Botta, piemontese emigrato in America Latina

Questo tanto per non tacere qualche fatto incoraggiante, ma non voglio pure tacerle l’infinità di persone deluse, stanche che ho incontrato, che mi ricordavano con le lacrime agli occhi, la sua vita passata, il suo paese, la sua terra. Perché quando si è là, a casa propria, non si crede nella nostalgia, per lo meno non si immagina quanto pesi sull’animo di ognuno e quanto male faccia un’umiliazione e queste non le risparmiano, soprattutto le persone ignoranti, e qui abbondano. Ed ora io credo di avere buttato abbastanza acqua al fuoco, sono certo che mi comprenderà, vorrei tanto poterle dire diversamente, ma la situazione è questa, ed è necessario che lei prima di prendere una decisione sappia. Non so e non posso darle un consiglio. Le ricordo che i sacrifici sono molti, e le possibilità non tante, pensi bene e se è preparato o meglio deciso a provare me lo faccia sapere, cercherò di farle avere una richiesta perché possa ottenere il passaporto.

Cordiali saluti a lei e alla sua famiglia,

Mario Botta

In apertura, Fredo Valla. (Fotografia di Murialdo)

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